Guardate in alto. Aspettate due secondi prima di avviare la voce.
Quella torre non è soltanto un campanile. Per Leopardi diventa uno specchio.
Immaginate Recanati in primavera. La campagna si riempie di suoni, gli uccelli volano insieme, il paese ricomincia a muoversi. E lassù, separato da tutti, un passero canta da solo. Non è triste. Non si sente escluso. Semplicemente, quella è la sua natura.
Leopardi si riconosce in lui, ma scopre subito una differenza crudele. Anche lui passa la giovinezza ai margini, mentre gli altri ragazzi partecipano alle feste, si incontrano e si innamorano. Ma il passero non potrà rimpiangere nulla: non immagina una vita diversa dalla propria. L’essere umano invece sì. Noi possiamo costruire nella testa tutte le strade che non abbiamo percorso.
Il cuore della poesia è proprio qui. La solitudine non è automaticamente una condanna. Può essere libertà, concentrazione, perfino pace. Diventa dolorosa quando non sappiamo più se l’abbiamo scelta davvero o se è una difesa diventata abitudine.
«Oimè, quanto somiglia al tuo costume il mio!»
Leopardi guarda il passero e pensa al futuro. Teme che un giorno, quando la giovinezza sarà finita, si volterà indietro e si domanderà perché abbia lasciato passare la propria primavera. Il passero non avrà questa ferita. Lui forse sì.
Adesso guardate ancora la torre. La domanda che lascia non riguarda soltanto Leopardi: quante volte diciamo di non volere qualcosa, quando in realtà abbiamo soltanto paura di esporci? E quante volte la prudenza ci protegge, ma intanto ci ruba un pezzo di vita?
Fate dieci secondi di silenzio. Poi proseguite verso il gelato.